Potrei rispondere subito alla domanda, e cioè dirvi che, per me, La Storia é quasi il più bel romanzo del 900, perché io vorrei citare, come primo, il Dies irae di Antonio De Petro: un romanzo che tuttora non posso prendere tra le mani senza una profonda commozione estetica e umana. A scoprire il Dies irae fu Paolo Volponi e poi se ne occuparono Giovanni Arpino e Stefano Jacomuzzi e il romanzo così vinse il Premio Castinglioncello nell’81.

E come secondo, vorrei citare Epica contadina di Giuseppe Scapucci, un narratore dell’entroterra  milanese, che fu nominato, nel 1978,  tra i 22 pre-finalisti del Campiello e che suppongo conoscano solo Giorgio Bárberi Squarotti che lo propose e pochi altri fortunati. Colgo l’occasione per un doveroso omaggio a Giuseppe Scapucci, questo straordinario scrittore che se ne andava in giro con le poesie di García Lorca sempre in tasca e che ha saputo darci personaggi indimenticabili.

Ma se seguo di questo passo, dovrei continuare a citare, a giustificazione di quel quasi iniziale, opere e scrittori che, al grande pubblico, sono forse passate inosservate, come Storia di un bocia del friulano veneto Olivo Bin, premio Viareggio del 1980, Hello, disse  La Pira, ci sono i grilli a Firenze del volterriano Saverio Perrone, Due giorni con Chiara del vicentino Luciano Marigo, Premio Selezione Campiello nell’80, per citarne solo alcuni. Nel clima un po’ postideologico degli anni 80, c’era tanta voglia, da parte dei critici, di non essere dei rompiscatole, come dice Alfonso Berardinelli, e di limitarsi ad elogiare i libri che le case editrici volevano vendere; c’era forse troppa voglia di fare carriera.

Mentre i più savi abbandonavano i contemporanei e tornavano a tuffarsi nei classici, i bei romanzi e i saggi eccellenti cominciarono a sparire nelle fauci di librerie piene di imposti best-sellers. Toni Cibotto, membro della Giuria del Premio Campiello, mi diceva che doveva dare il suo voto a finti scrittori, mentre il suo tempo se lo passava immerso in libri di mistica (e notiamo che era un noto, sensibile oltreché  timorosissimo miscredente).

E Paolo Volponi passava più tempo a cercare, restaurare e vendere quadri che a leggere nuovi libri, perché anche per lui i successi programmati erano pesanti a portarsi.

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