Questo spazio è dedicato a brevi rassegne su alcune opere d’arte di particolare intelligenza. Dette rassegne vengono prese da DaSeyn, interessantissimo blog su arte, letteratura grafica, archittetura e altro vincolato all’arte nelle sue varie sfumature. Nella sua presentazione recita così: Daseyn è già un tentativo, esplorazione di alcuni verso l’avanguardia, verso la capacità di vedere il nuovo che é al di là, e scoprire che in realtà è l’antico che, instancabilmente, torna. DaSeyn è già un progetto comune, l’immaginare la novità insieme. DaSeyn non é ancora ciò che deve essere, ma c’è. Manca l’inevitabile “lavorio del tempo”. In questa prima puntata presentiamo due opere di Paul Gauguin.

Visione dopo il sermone: cm. 73 x 92, Edimburgo, National Gallery of Scotland, 1888.

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Come quelle ragazze dagli abiti tradizionali, ci si chiede chi siano quei due personaggi che lottano. Alcune di loro credono di averlo capito e si inginocchiano. Quella di profilo, in primo piano, lascia invece che il fatto si spieghi da solo, senza interpretazioni, e ha il viso tutto teso a capire. Gauguin dipinge la lotta di Giacobbe con l’angelo, raccontata dalla Genesi. Le pennellate veloci che danno vita ai due corpi non esprimono tuttavia un’apparizione eterea e celeste; quel essere alato, ci colpisce più per il gesto deciso delle braccia che costringono Giacobbe a piegarsi, piuttosto che per quelle ali. Giacobbe era un uomo accomodato, presuntuoso in quanto certo di potersi “fare da solo”, il quale però in gioventù, momento in cui il destino di ognuno mette le se basi, riceve una promessa da Dio (“Ecco: io sono con te e ti custodirò dovunque andrai”). Ma Giacobbe, il cui nome è traducibile con la parola “inganno”, vorrà dimenticare quella promessa, e continua come se nulla fosse successo, come chi si crede senza padre. Quella promessa torna solo nei momenti di dolore, quando i fatti, la vita, la minaccia della vendetta di suo fratello Esaù, lo mettono alle strette. Proprio la notte prima del giorno fissato per rincontrare suo fratello, e trovare, forse, la morte, Giacobbe resta solo sulla riva del fiume, ha paura, e si ricorda della promessa di quel dio dimenticato. Cerca protezione in un dio che non esiste, gioca, insomma, la carta della “religione”, affinché la divinità si schieri dalla sua parte. Egli invoca, in realtà, un dio inventato.

Ed è invece un uomo (il racconto della Genesi non parla di angeli né di visioni) che lo viene a visitare nella notte, lungo la riva di quel fiume, durante il momento della sua personale angoscia umana. E Giacobbe sa di dover lottare, fisicamente, contro di lui, fino allo spuntare dell’alba. Non si tratta di una lotta “spiritualista” o intimistica. Il Dio che lotta si presenta come uomo, entra nel fatto, concretamente e terrenamente. Ci si chiede allora, (come quelle ragazze olandesi che assistono all’episodio che avviene nella loro quotidianità, dopo il sermone domenicale), come sarebbe la vita se quel Dio che si espone nei fatti umani esistesse, se quelle promesse riguardassero l’oggi, e se decidessimo di accettare la nostra lotta con lui, Dio, non più immaginato, ma presente. “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto”, dice Giacobbe a quel uomo, come per dire: combatterò finché tu non sarai compagnia ai miei giorni”.

Il Cristo giallo, 91 cm x 73 cm, New York, Museo Albright-Knox, 1889.

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Ai piedi del monte del cranio sono rimaste solo le pie donne, sullo sfondo c’è chi si allontana, chi fugge. All’improvviso il cielo scurisce. Le donne bretone sono in uno stato contemplativo, come se si chiedessero se ciò che accade intorno c’entra o no con loro. Il giallo pervade l’intero dipinto, arbusti ardenti dialogano con lo spettatore, i toni freddi calano sul giorno. La desolazione del paesaggio vuole essere rivelatore dell’asprezza della vita umana. Ma è una visione? è un fatto contemporaneo? può un evento del passato eternarsi? Le linee taglienti disegnano i contorni delle figure, come in un’icona antica che colloca l’evento fuori del tempo e dello spazio. I colori primari ci rimandano a un tempo primitivo, al momento dell’origine, le donne in meditazione e i personaggi che vanno via ci fanno domandare sul destino, sul senso ultimo. L’infinito si è manifestato in un particolare. Gauguin esegue quest’opera l’anno dopo l’esperienza con Van Gogh, e alcuni non tanto fortunati tentativi artistici. Forse che anche lui come noi, in momenti di sconforto, si domandò quel “perché?” a cui da soli non possiamo rispondere. Forse il dipinto fu il mezzo per manifestare la sua domanda di senso, che gli uomini di ogni tempo ed età si sono posti e si pongono. Il dipinto fu particolarmente caro a Gauguin al punto di usarlo da sfondo per un suo autoritratto e  di non separarsene mai fino alla sua morte.

Per approfondire sul Portrait de l’artiste au Christ jaune visitare Musée d’Orsay: (http://www.musee-orsay.fr/index.php?id=851&L=4&tx_commentaire_pi1%5BshowUid%5D=248&no_cache=1)