di Giuseppe Staccia

(Caffeteria “El actuario” a Città del Messico, 24.02.2015)

poesia 001 Sono molto emozionato per due motivi.
Il primo perché mi si chiede di parlare del professor Giovanni Riva, che da ora chiamerò solo Giovanni, autore delle poesie che provocano questo incontro, che, per me suo amico per oltre 50 anni, è stato di una paternità e di una umanità senza confini.
Il secondo perché, ancora una volta, sono qui in Messico, a Città del Messico, dove Giovanni ha vissuto e ha lasciato, come segno del suo amore alla vita, l’università ICTE (la più piccola fra le grandi università, come lui la chiamava) e che prosegue per l’impegno di molti di voi qui presenti: Paola, Carlos, Esperanza, Tania, Rogelio e tanti altri.
E, ancora, un grazie a Mariano e Silvia per aver organizzato questo incontro e grazie ai traduttori delle poesie: Carlos e Victor.

Questo incontro è dedicato alle poesie di Giovanni, ma io non sono un accademico, un intellettuale, un critico letterario e nemmeno un oratore e mi riesce difficile entrare anche in uno solo di questi ruoli e commentare le poesie pubblicate nel libro.
Ma sono un testimone e, come tale, vi racconterò, prendendo spunto dall’emozione che mi suscitano queste poesie, un po’ della vita di questo uomo non solo poeta, ma uomo dai mille interessi e fondatore dell’Opera di Nàzaret, Associazione internazionale di fedeli laici di diritto pontifico, riconosciuta dalla Santa Sede, della quale, per umiltà, non volle mai esserne il presidente.

Prendo spunto da un paio di poesie.

La prima dal titolo: “Ma Lui costruisce”:
Ci vorrebbe una nuova creazione
ed intanto si grida: scandalo,
si indica a dito colui che si fissa
di essere quell’uomo nuovo.
Lo si sbatte in un angolo
fuori dal mondo e più in là
ci sarebbe solo l’inferno. Ma Lui
costruisce da cose
lasciate in disparte.

Affondiamo
le mani
nelle tasche dei calzoni. E non c’è
neppure una moneta
per acquistare il senso
che deve
surriscaldare il mondo.

“Affondiamo le mani nelle tasche dei calzoni. E non c’è neppure una moneta per acquistare il senso che deve surriscaldare il mondo”.
Questo è l’atteggiamento costante che ha segnato tutta la sua vita: la coscienza che noi uomini siamo incapaci di felicità se non la cerchiamo oltre il nostro orizzonte, siamo incapaci di capire perché viviamo se non pensiamo ad altro da noi.
L’ho incontrato la prima volta nel 1964, 52 anni fa, io giovane studente e lui di pochi anni più vecchio di me, ad un incontro dove lui parlò del significato dell’essere studente ma, invece di indicarci delle tecniche di studio, iniziò a parlare del senso della vita come primo compito dell’uomo; ciò che l’uomo cerca è la propria felicità, ma non è in grado di darsela con le proprie mani (le tasche dei calzoni dell’uomo sono vuote) e, quindi, deve cercare “altrove” e il suo “altrove”, sintetizzo, è stato l’incontro con un fatto storico: Gesù.
La cosa mi turbò, non mi aspettavo una parola così chiara, io che di Gesù mi interessava solo l’oratorio per andare a giocare a bigliardino o a ping-pong. Assieme ad altri presenti allo stesso incontro e, come me, sorpresi dalle sue parole, gli ho chiesto di rivederci al di fuori di quell’incontro e da allora non abbiamo mai smesso, per 50 anni, di vederci, parlarci, lavorare assieme, progettare.
Lui, professore, iniziò una revisione con noi delle materie scolastiche come aiuto alla nostra vita di studenti e come giudizio sul mondo attorno a noi: ogni materia veniva inserita nella realtà quotidiana. Formò un primo gruppo di studenti e ci ritrovavamo assieme tutti i giorni per studiare, per giocare, per pregare, per giudicare gli avvenimento della città. E noi, nei nostri istituti scolastici, raccontavamo ai nostri compagni di classe dell’amicizia che avevamo iniziato con questo professore e, quindi, tra noi. E altri si aggiunsero al gruppettino iniziale fino a formare dei gruppi in ogni scuola della città. Negli anni, diventati anche noi più adulti e non più solo studenti ma presenti nelle fabbriche e nelle scuole, era diventato evidente che l’unico motivo che ci faceva stare assieme, pur essendo così diversi per storia e condizione, era l’intuizione che questo uomo ci diceva parole e ci implicava in azioni che suscitavano il desiderio di cercare sempre più la verità di noi. La prima opera che fondò fu nel 1972: una scuola materna. L’occasione fu la nascita del suo primo figlio (ne ha avuti cinque) e il motivo era contenuto in questa domanda: perché non far vivere, anche all’interno della scuola, ai propri figli quello che i genitori già vivevano in una esperienza di comunità cristiana? Fondò la scuola, una scuola cioè né statale né confessionale, che venne aperta a tutta la città e che ancor oggi vive ed è apprezzata. E lì imparammo che essere cristiani necessariamente ci costringeva a gesti incidenti nel sociale.
Una presenza forte nel sociale, come tutte le opere che da lui sono nate, provo un parziale elenco: oltre la scuola materna diede vita altri ordini di scuola: elementare, media e liceo; la casa editrice Città Armoniosa; la libreria Nuova Terra; il Consorzio Opere Sociali; l’Associazione “I Sant’Innocenti” per l’aiuto alle realtà marginali del mondo privilegiando i bambini”; il “Tonalestate” un evento culturale internazionale che ogni anno si celebra sulle Alpi italiane; l’associazione Pane Pace e Lavoro con il compito di aiutare una presenza e un giudizio nel sociale e nella politica.
Ma la comunità iniziale nata a Reggio Emilia incominciò a espandersi nel mondo al seguito dei viaggi che Giovanni faceva: oltre ad altre città in Italia, sorsero comunità in Francia, in Belgio, in Irlanda, in Germania, in Messico, in El Salvador, in Honduras, in Venezuela, in Giappone, e ora anche in Guatemala. E in queste realtà sono nate opere da lui fondate: qui in Messico, come vi ho anticipato all’inizio, ICTE e la Fondazione José Vasconcelos, una fondazione in El Salvador e una in Honduras per l’accoglienza inizialmente di ragazze madri e poi di bambini della strada e per l’assistenza legale e medica gratuita a coloro che non possono permettersela, una ONG in Giappone Olive Japan, un’associazione a Parigi e altre.
Come dice la poesia “Ma Lui costruisce le cose lasciate in disparte”.
Da un uomo che cerca sé e trova Dio attraverso Gesù nasce tutto questo, Lui costruisce da ciò che per il mondo, per la mentalità comune, non ha peso, da un uomo senza potere, umile, normale.

E in tutto questo c’è la certezza che alla fine verrà donata la pace che, comunque, già ora si può gustare vivendo assieme ad altri questa ricerca.
E’ questa l’emozione che mi dà la lettura di un’altra breve poesia: “Non sarà strano”:
Dentro di me, l’affanno
– che impone il silenzio –
divarica in due questo esistere.

Ma quando alla fine
tutto avrà un senso – docile
come il frantumarsi del pane
tra le dita –
non sarà strano guardare
dall’alto la piaga
che mi divide in mezzo.
Non ci sarà più nulla
quel giorno a dividermi.

“Non ci sarà più nulla quel giorno a dividermi” È come dire: quel giorno quando incontrerò il senso della mia vita, sarò un vero uomo. Questa poesia a me pare un grido, un urlo che conferma ciò che mi fece intuire la prima volta che, giovanissimo studente, l’ho incontrato. Una domanda costante del significato di sé cercata attraverso un percorso, spesso faticoso se non doloroso, e trovata nella pace di Dio e nella pace con Dio, vivendo assieme a noi suoi amici una vita completamente dedicata a Gesù incarnato nel mondo e specialmente nelle miserie del mondo, non in modo pietistico e intimistico, ma come una infinita e irrinunciabile battaglia.

Come vi avevo preannunciato all’inizio, ho provato, nel tempo a mia disposizione, a rendervi una testimonianza anziché una lettura critica delle poesie, convinto che, pur nella inadeguatezza del mio dire, renda possibile poi una vostra personale lettura delle poesie immaginando e immedesimandovi nel contesto nel quale sono nate, immaginandovi i fatti che le hanno suscitate (per alcuni di noi qui presenti non c’è solo l’immaginazione ma anche la condivisione fisica, il fedele frequentare e seguire e collaborare con quest’uomo).
Se non sono riuscito nel mio intento, vi chiedo scusa; se invece ci sono riuscito vi chiedo di dedicare un po’ del vostro tempo alla lettura, che deve essere curiosa, di queste poesie.
In entrambi i casi, vi chiedo di guardare con stima e anche qui con sana curiosità, ciò che Giovanni qui ha lasciato: una comunità di persone laiche che hanno posto Gesù Cristo al centro di ogni loro agire e due opere che traducono nel sociale questa radicale appartenenza a Gesù: l’ICTE e la Fondazione José Vasconcelos.