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Il malpasso dell’umanità è il frutto velenoso non tanto di un’ideologia specifica ma di un atteggiamento mentale che ha messo l’ideologia al posto della cultura

di Aldo Giobbio

Qualcuno ha detto che il risultato più importante di un secolo e mezzo di marxismo è stato di dare una coscienza di classe alla borghesia. Se non è vera è ben trovata. Non era un socialista Giuseppe Zanardelli, che riconobbe ai lavoratori il diritto di sciopero e di associazione; non lo era Luigi Luzzatti (1841-1927), uomo politico giolittiano, più volte ministro del Tesoro, presidente del consiglio nel 1910-1911, sostenitore delle cooperative (fra le quali le banche popolari) e fondatore nel 1913 della Banca Nazionale del Lavoro, il cui compito originale era appunto di assicurare loro il credito che trovavano difficile reperire sul mercato. Non era un socialista John Maynard Keynes (1883-1946), che scrisse La fine del laissez-faire (1926). Non lo erano il tedesco Federico Guglielmo Raiffeisen (1818-1888) e il suo continuatore italiano Leone Wollemborg (1859-1932), promotori delle Casse rurali e artigiane, né lo era Lord Beveridge, inventore del welfare state. La vittima più illustre dello spaventoso secolo breve fu la borghesia liberale e progressista, come lo fu la socialdemocrazia, che sarebbe stata la sua naturale alleata e insieme con essa e con i cristiano- sociali avrebbe potuto costituire il solido pilastro di una società democratica. Tutto questo venne spazzato via dalla prima guerra mondiale, dal nazifascismo e dallo stalinismo.

Il problema principale del nostro tempo è l’ideologia, non nel senso che il cosiddetto “pensiero unico” sia peggiore di tanti altri, ma in quello che esso non corrisponde alla realtà, e perciò diventa complice, se non addirittura si trova all’origine, delle nostre discrasie. Un’eminente studiosa italiana ma di formazione americana e che attualmente insegna in Inghilterra, Mariana Mazzucato, in un suo saggio ben documentato e ben argomentato, Lo Stato innovatore (Laterza 2014), demolisce il mito di una borghesia piena di iniziativa e amante del rischio. In realtà, non farebbe praticamente nulla di significativo senza il sostegno dello Stato. A pagina 92 si legge che, persino negli Stati Uniti, «tra il 1971 e il 2006, 77 delle 88 innovazioni più importanti […] non sarebbero state possibili senza i programmi federali di sostegno alla ricerca». Lo Stato innovatore è il titolo italiano del libro, ma quello originale (2013) è addirittura The Entrepreneurial State, lo Stato “imprenditore”, che è ancora più eloquente. Del resto tutti sanno – o dovrebbero sapere – che la propensione al rischio non è il motore del progresso. Persino la favolosa rivoluzione prima commerciale e poi industriale dal XVII al XIX secolo si basò su strumenti come le assicurazioni e le società per azioni, il cui effetto era di diminuire il rischio e di renderlo più sopportabile. Fra parentesi, è interessante anche l’origine dei nomi. Perché la patria della rivoluzione industriale adottò la parola entrepreneur, ovviamente un francesismo? D’accordo, a quell’epoca il francese teneva banco, però i tedeschi tradussero entrepreneur con Unternehmer e gli italiani con “imprenditore” (anzi, l’impresa era, in origine, “intrapresa”). In realtà anche l’inglese aveva un suo vocabolo, che era ed è undertaker. Il problema è che undertaker, col tempo, ha assunto un significato particolare e indica solo un certo tipo di imprenditore: l’impresario di pompe funebri. Insomma, fin dalle origini l’economia capitalista ha puzzato un po’ di cadavere.

Ha avuto anche i suoi meriti, ovviamente. Ha inventato nuovi mestieri, e quindi ha creato occasioni di lavoro, dando campi di applicazione prima sconosciuti a talenti che altrimenti sarebbero rimasti

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inutilizzati, se non inutilizzabili. Ha però anche avuto, fin dal principio, difetti per così dire istituzionali. Essendo basata sulla competizione, ha sempre avuto come qualità intrinseca quella di scaricare i costi finali sui soggetti più deboli, in particolare la gallina che non grida. Il degrado del territorio, con fenomeni vistosi come il diboscamento o la desertificazione di ampie aree sfruttate senza discernimento per il pascolo o la coltivazione, suscitava allarme già nell’Ottocento. L’inquinamento dell’aria e delle acque aveva assunto proporzioni inquietanti già cent’anni fa. Qualcuno ci marciava sopra, naturalmente, allora come oggi. Però la ragione di fondo del disastro non stava tanto in una particolare perversità degli imprenditori e dei manager quanto nell’aver adottato criteri di valutazione dell’efficienza che tenevano conto solo di fattori eminentemente monetari. In estrema sintesi, bilancio economico e bilancio sociale erano – e oggi più che mai lo sono – cose diverse. Naturalmente, almeno a parole, nessuno ha mai detto che i fumi e le polveri allargano i polmoni o che la cementificazione giova al regime delle acque, però l’idea era che il compito di rimediare agli inconvenienti del sistema produttivo toccava non agli operatori economici ma, se del caso, all’operatore pubblico. Naturalmente, una concezione del genere ha anche l’ovvio risvolto di privatizzare i profitti e pubblicizzare buona parte dei costi, ma questo non è nemmeno, almeno sotto il profilo economico (non sotto quello morale), il guaio peggiore. Il problema più grosso è che occuparsi degli aspetti sociali ha anch’esso un costo e che l’operatore pubblico deve trovare le risorse necessarie. E dove le può trovare? Ovviamente attingendo dalla produzione, alla quale (al netto degli espedienti vari nei quali si è sbizzarrita la fantasia di imprenditori, politici ed economisti) finirà in un modo o nell’altro per restare qualcosa di meno di quanto non avrebbe altrimenti incamerato. Il rapporto tra pubblico e privato si configura così come un grande scontro per l’appropriazione e la gestione delle risorse, certo con modalità più o meno civili. Non tutti i paesi sono uguali, non sempre si arriva al colpo di Stato, ma in definitiva ciascuno tenta di tirare la coperta dalla propria parte.

Però quello che complica ancor più le cose è l’incerta definizione del confine tra economico e sociale. La piena occupazione, per esempio, è un fatto economico o sociale? Qualche decennio fa, qualcuno pensava di aver trovato la panacea nella formula “il privato produce, lo Stato distribuisce”. Scultoreo, però non funzionava. Innanzi tutto i privati, anche quando producevano, cercavano comunque di tenere per sé tutto quello che potevano. Ma anche a prescindere da queste pratiche poco patriottiche, il problema vero, sul quale si arrovellò la nobile mente di Keynes, è che l’iniziativa privata non tende a massimizzare la produzione, e meno che mai l’occupazione. A questo deve pensare lo Stato, ovviamente prendendo le risorse necessarie là dove le trova. E a chi, se non ai privati, se vengono lasciate a loro tutte le attività produttive? Ma qui casca l’asino, perché l’iniziativa privata non gradisce particolarmente tale generosa ripartizione dei compiti. In particolare è sempre meno propensa a muoversi quanto maggiore è il rischio e incerto – o almeno fortemente differito – il guadagno. Lo si vede, ai giorni nostri, nell’assalto ai servizi pubblici (luce, gas, telefoni), dove le fatture vengono riscosse in modo quasi automatico. Hollywood ha fatto film molto divertenti, con attori simpatici come Clark Gable e Spencer Tracy, per celebrare le imprese dei capitani coraggiosi che trivellavano il territorio degli Stati Uniti alla ricerca del petrolio, ma in Italia, quando in Val Padana vennero trovati il petrolio (poco) e soprattutto un po’ di metano, lo Stato dovette fondare l’Agip (che poi Enrico Mattei trasformò nell’ENI, sempre, s’intende, con denaro pubblico), perché i privati non scucivano una lira. Se affidate i trasporti ai privati, certamente sono capaci di darvi treni magnifici sulle linee importanti e ben frequentate, ma nessun privato si arrampica sulle montagne. Insomma, l’economia capitalista non è pregiudizialmente

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contraria alla divisione dei compiti, purché ai privati si lasci la polpa e il pubblico si occupi dell’osso, ma anche lì senza spendere troppo. Però quest’ultima condizione è proprio quella che ha messo in crisi un sistema che altrimenti avrebbe avuto una sua naturale tendenza al consociativismo.

Che fare? Basta guardarsi attorno per vedere che i campi di applicazione sono enormi. Il primo e più evidente riguarda la difesa dell’ambiente e la riparazione (quando è ancora possibile) dei danni terribili che gli sono stati inflitti. Però basta ricordare che il grido d’allarme di Aurelio Peccei (che non era nemmeno il primo) è del 1968 e il Rapporto Meadows al Club di Roma del 1972, e che da allora ad oggi è stato fatto poco o nulla, per incominciare a capire che le difficoltà sono altrettanto grandi. Quello che stupisce non è tanto la resistenza che gli è stata fatta, ovviamente prevedibile data la dimensione degli interessi contrari, ma la leggerezza con la quale il tema è stato trattato nella pubblicistica corrente. Per esempio, ancor oggi capita di leggere che il Rapporto Meadows aveva previsto entro pochi anni l’esaurimento delle riserve di petrolio, e tale osservazione viene ovviamente accompagnata dal commento – implicito o esplicito – “voi profeti di sciagure siete tutti uguali! Vedete? Sono passati quarant’anni e non è successo niente”. In realtà il Rapporto Meadows escludeva esplicitamente tale eventualità, o meglio, dopo aver detto che il petrolio non si sarebbe esaurito tanto presto, avvertiva che consumi di energia crescenti avrebbero comunque potuto essere soddisfatti da fonti alternative come gli scisti bituminosi et similia. Il punto interessante era però che tale previsione, in apparenza consolatoria, non aveva affatto un significato ottimista, perché la disponibilità di energia apparentemente illimitata sarebbe stata di stimolo a proseguire sulla strada sbagliata. Naturalmente gli interessi hanno il loro peso. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere che una società privata che aveva avuto da un comune la gestione dell’acquedotto, stava per far causa all’amministrazione (non so se poi la cosa sia andata avanti) perché questa aveva rivolto (sembra anche con un certo successo) un invito ai cittadini per ridurre il consumo. Forse alcuni ricordano un delizioso film inglese di sessant’anni fa, Lo scandalo del vestito bianco, nel quale un geniale inventore viene trattato (anche dal sindacato dei lavoratori) come un nemico pubblico perché aveva realizzato un tessuto indistruttibile. Però la resistenza degli interessi non è l’ostacolo più importante. Il vetturale del Gottardo sa benissimo che il traforo ferroviario è un progresso che prima o poi sarà di beneficio anche per i lavoratori; solo si chiede: «Perché lo devo pagare io, perdendo l’impiego?». Però questo tipo di opposizione si può superare. Certo, quando l’oppositore non è un povero diavolo ma, per esempio, una multinazionale, la cosa può essere più complicata, ma in definitiva il cervello lo abbiamo per ragionare, e se un po’ di persone intelligenti, capaci e di buona volontà si mettono intorno a un tavolo, la soluzione prima o poi si trova. Gli ostacoli più difficili e che, allo stato attuale delle cose, purtroppo giustificano il pessimismo, sono altri. Il primo è la già citata incompatibilità del sistema capitalista con la necessità di imbarcarsi in intraprese a redditività differita e in ogni caso difficilmente calcolabile con i criteri attualmente in uso non solo nella contabilità aziendale ma anche in quella dello Stato. Il secondo è la divisione del mondo in Stati – almeno nominalmente – sovrani. L’assunzione da parte dell’operatore pubblico di compiti ora trascurati e che i privati non si vogliono assumere comporta necessariamente un trasferimento di risorse e di poteri gestionali che incontra opposizioni di tipo economico ma anche politico, soprattutto in un momento come quello attuale, nel quale il prestigio dello Stato è stato fortemente scosso e la fiducia dei cittadini è scesa ad un punto molto basso. Ci sono poi cose che, semplicemente, lo Stato cosiddetto sovrano non può fare. Per esempio, che senso ha vietare le centrali nucleari sul territorio nazionale quando il vicino le può costruire a poca distanza? Salvare le

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foreste, limitare l’impiego dei combustibili fossili, frenare l’aumento di temperatura del pianeta, gestire umanamente i flussi migratori che sono spesso provocati proprio dal degrado dei territori sono cose che richiedono una cooperazione internazionale che oggi è ben lontana. Questo non significa che ognuno non debba fare, per quanto può, il proprio dovere, ma un’azione non coordinata, per quanto volonterosa, non fa presagire risultati importanti.

C’è di peggio. L’assenza di cooperazione internazionale non solo tende a vanificare gli eventuali sforzi delle singole nazioni, facendogli mancare le sinergie. Al momento le istituzioni che in qualche modo sembrerebbero dirette a stabilire almeno certe norme di comportamento, tendono piuttosto, di fatto, ad accentuare la carenza dell’operatore pubblico, perché, essendo pervase dal pregiudizio di invadere il meno possibile il campo delle sovranità nazionali, riducono il loro compito all’introduzione e alla messa in atto di disposizioni tendenti a limitare la libertà d’azione dei singoli Stati ma non prendono il loro posto là dove essi sono già carenti. Alla fine le cose che si dovrebbero fare non si fanno perché lo Stato non le fa, non solo perché gli mancano i mezzi ma anche perché gli vengono limitati i poteri, non le fa l’iniziativa privata perché non sono nella sua natura e non le fanno le istituzioni sovranazionali perché sono costituite in modo da non poterlo fare. È tipico, per esempio, che l’Unione Europea faccia pressione sugli Stati membri perché alleggeriscano il prelievo fiscale sul lavoro (e non, per esempio, sulle case d’abitazione). Può sembrare un atteggiamento di riguardo verso i lavoratori, ma in realtà è solo un trasferimento di risorse verso le imprese, in quanto tende a conferire ai soggetti considerati una certa capacità di spesa senza che vengano aumentati i salari, ovviamente nel presupposto che i lavoratori in quanto consumatori orientino quella maggiore disponibilità di liquido verso l’acquisto dei beni spesso superflui se non addirittura inutili che il sistema delle imprese è in grado di offrire. In pratica si gestisce una crisi di sistema come se fosse una normale recessione ciclica. Tutto questo, s’intende, non per cattiva volontà, perché Bruto è uomo d’onore, ma semplicemente perché il sistema non può fare altro e soprattutto perché l’ideologia dominante non glielo consente.

Una svolta sarebbe possibile? Mai dire mai, ma è un’impresa titanica, che richiede innanzi tutto una rivoluzione culturale alla quale tutti – le chiese, i centri culturali, gli intellettuali, le università, i partiti – sono chiamati a dare il loro contributo. Il risultato non è garantito, ma è garantito il disastro se almeno non ci si prova, ed è inoltre assolutamente sicuro che questo tipo di lavoro è propedeutico a qualsiasi intervento economico e politico. La crisi attuale non è una crisi economica, e nemmeno politica. È innanzi tutto una crisi di cultura con, ovviamente, risvolti in tutti i campi, ed è nella cultura che si deve cercare il rimedio. (a.g.)